Le ricapitalizzazioni le chiede il mercato, basta protezioni statali
Rassegnatevi a subire perdite in Grecia e poi rafforzate il vostro capitale: la duplice richiesta alle banche private avanzata da parte delle autorità europee si fa sempre più insistente con il passare delle ore. E per una volta perfino liberali e liberisti sono d’accordo con questo tipo d’intervento pubblico. E’ il caso di Gerald O’Driscoll, economista americano, già direttore del Center for International Trade and Economics della Heritage Foundation, ora dirigente del think tank liberista Cato Institute

Rassegnatevi a subire perdite in Grecia e poi rafforzate il vostro capitale: la duplice richiesta alle banche private avanzata da parte delle autorità europee si fa sempre più insistente con il passare delle ore. E per una volta perfino liberali e liberisti sono d’accordo con questo tipo d’intervento pubblico. E’ il caso di Gerald O’Driscoll, economista americano, già direttore del Center for International Trade and Economics della Heritage Foundation, ora dirigente del think tank liberista Cato Institute: “Oggi le richieste di ricapitalizzazione da parte della politica vanno nello stesso senso auspicato dai mercati”, spiega al Foglio O’Driscoll, di passaggio a Roma per un seminario a porte chiuse organizzato dall’Istituto Bruno Leoni. In queste ore i banchieri non hanno nascosto il loro disappunto di fronte alla proposta del presidente della Commissione Ue, José Manuel Barroso, che propone di alzare il livello del patrimonio di base, il cosiddetto Core Tier 1 ratio, portandolo al 9 per cento entro il 2012 dall’attuale 5 per cento, che è stato sufficiente per superare gli ultimi stress test europei. Ieri Barroso è stato appoggiato anche dal ministro francese delle Finanze, François Baroin, e dal presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, che ha replicato duramente alle obiezioni di Josef Ackermann, numero uno di Deutsche Bank. “Rendere più rigorosi i criteri con cui si valuta l’adeguatezza patrimoniale è sacrosanto – commenta O’Driscoll – Basti pensare che negli anni Venti, quando negli Stati Uniti la regolamentazione sul settore del credito era molto più lasca di quanto non sia oggi, gli istituti privati sceglievano di avere un livello di patrimonio ‘di sicurezza’, assimilabile all’attuale Core Tier 1, che arrivava mediamente al 20 per cento del loro capitale”. Allora non esistevano bailout, né assicurazioni sui depositi: la libera concorrenza e la paura di fallire spingevano alla prudenza. Il paradosso, dunque, è che oggi i governi faticano per ricostruire un equilibrio che il mercato, in altri tempi, riusciva forse a garantire da sé.
La causa di tutto ciò, però, O’Driscoll la rintraccia proprio nell’eccessivo interventismo statale che ha finora caratterizzato il settore del credito: “I servizi finanziari sono più inclini al rischio e più facilmente soggetti a momenti di crisi – ha detto l’economista a una platea ristretta di analisti e banchieri italiani – perché sono pesantemente regolamentati”. Né la riforma di Wall Street voluta dal presidente Barack Obama fornisce risposte adeguate. “L’attuale regolamentazione dei servizi finanziari soffre di due problemi fondamentali. Il primo è quello della ‘cattura del regolatore’. Le stesse autorità che pubblicamente dicono di voler proteggere i consumatori dal business, finiscono poi per immedesimarsi con gli interessi dell’industria che vigilano. I finanziamenti alla politica e il fenomeno delle ‘porte girevoli’, con ex uomini della finanza che diventano lobbisti o addirittura rappresentanti eletti, ne sono la dimostrazione”. Secondo problema: “Alle autorità di regolamentazione manca un livello di informazione adeguato per svolgere i propri compiti. L’informazione per fare le regole esiste, ma è dispersa tra una miriade di attori”. I complessi accordi di Basilea, secondo O’Driscoll, sono la prova della fallacia del sistema attuale: “Il cuore originario delle regole di Basilea era un sistema di valutazione dei rischi di certi asset posseduti dalle banche, su una scala da 0 a 100. Un peso pari a zero era quello assegnato ai bond governativi dei paesi Ocse. Ciò vuol dire che gli istituti non avrebbero dovuto accantonare capitale a fronte di acquisti di bond, visto che il debito sovrano di tutti i paesi occidentali era considerato assolutamente non rischioso. Ma dico soltanto una parola: Grecia”.
Atene è l’ennesima dimostrazione del fatto che una regolamentazione fallace, accoppiata in America con una politica monetaria che per anni è stata troppo espansiva, ha ingigantito il fenomeno dell’azzardo morale: “Se i governi fanno intendere chiaramente di ritenere alcune istituzioni finanziarie ‘troppo grandi per fallire’, dovrebbero quantomeno impedire che queste stesse istituzioni si possano assumere rischi troppo grandi”. Eppure così non è stato negli Stati Uniti nel 2008, con salvataggi e aiuti pubblici a pioggia, e così non è andata finora in Europa, con aiuti ininterrotti agli istituti esposti nei confronti della Grecia. “Oggi sarebbe più salutare costringere gli istituti di credito che hanno investito in quel paese, correndo dei rischi, ad accettare perdite consistenti sui loro portafogli, reindirizzando poi le risorse dei salvataggi alla ripatrimonializzazione degli istituti dei paesi ‘core’ del continente”. Non sarebbe un’altra forma di soccorso pubblico? “La linea della cancelliera tedesca Angela Merkel, sul tema, è quella teoricamente più corretta. Le banche dovrebbero essere costrette a ricapitalizzare innanzitutto approvvigionandosi sul mercato. Ma se i fondi privati non bastano, la Germania deve iniziare a pensare a un ‘piano B’, a interventi statali per rafforzare gli istituti. In cambio, però, di una partecipazione azionaria dei cittadini contribuenti. Per il futuro, invece – conclude O’Driscoll – bisognerà abbandonare l’idea di poter regolamentare tutto il settore finanziario nei minimi dettagli. Meglio poche regole ma chiare e rigorose, così l’opinione pubblica potrà esercitare una funzione di controllo”.
La causa di tutto ciò, però, O’Driscoll la rintraccia proprio nell’eccessivo interventismo statale che ha finora caratterizzato il settore del credito: “I servizi finanziari sono più inclini al rischio e più facilmente soggetti a momenti di crisi – ha detto l’economista a una platea ristretta di analisti e banchieri italiani – perché sono pesantemente regolamentati”. Né la riforma di Wall Street voluta dal presidente Barack Obama fornisce risposte adeguate. “L’attuale regolamentazione dei servizi finanziari soffre di due problemi fondamentali. Il primo è quello della ‘cattura del regolatore’. Le stesse autorità che pubblicamente dicono di voler proteggere i consumatori dal business, finiscono poi per immedesimarsi con gli interessi dell’industria che vigilano. I finanziamenti alla politica e il fenomeno delle ‘porte girevoli’, con ex uomini della finanza che diventano lobbisti o addirittura rappresentanti eletti, ne sono la dimostrazione”. Secondo problema: “Alle autorità di regolamentazione manca un livello di informazione adeguato per svolgere i propri compiti. L’informazione per fare le regole esiste, ma è dispersa tra una miriade di attori”. I complessi accordi di Basilea, secondo O’Driscoll, sono la prova della fallacia del sistema attuale: “Il cuore originario delle regole di Basilea era un sistema di valutazione dei rischi di certi asset posseduti dalle banche, su una scala da 0 a 100. Un peso pari a zero era quello assegnato ai bond governativi dei paesi Ocse. Ciò vuol dire che gli istituti non avrebbero dovuto accantonare capitale a fronte di acquisti di bond, visto che il debito sovrano di tutti i paesi occidentali era considerato assolutamente non rischioso. Ma dico soltanto una parola: Grecia”.
Atene è l’ennesima dimostrazione del fatto che una regolamentazione fallace, accoppiata in America con una politica monetaria che per anni è stata troppo espansiva, ha ingigantito il fenomeno dell’azzardo morale: “Se i governi fanno intendere chiaramente di ritenere alcune istituzioni finanziarie ‘troppo grandi per fallire’, dovrebbero quantomeno impedire che queste stesse istituzioni si possano assumere rischi troppo grandi”. Eppure così non è stato negli Stati Uniti nel 2008, con salvataggi e aiuti pubblici a pioggia, e così non è andata finora in Europa, con aiuti ininterrotti agli istituti esposti nei confronti della Grecia. “Oggi sarebbe più salutare costringere gli istituti di credito che hanno investito in quel paese, correndo dei rischi, ad accettare perdite consistenti sui loro portafogli, reindirizzando poi le risorse dei salvataggi alla ripatrimonializzazione degli istituti dei paesi ‘core’ del continente”. Non sarebbe un’altra forma di soccorso pubblico? “La linea della cancelliera tedesca Angela Merkel, sul tema, è quella teoricamente più corretta. Le banche dovrebbero essere costrette a ricapitalizzare innanzitutto approvvigionandosi sul mercato. Ma se i fondi privati non bastano, la Germania deve iniziare a pensare a un ‘piano B’, a interventi statali per rafforzare gli istituti. In cambio, però, di una partecipazione azionaria dei cittadini contribuenti. Per il futuro, invece – conclude O’Driscoll – bisognerà abbandonare l’idea di poter regolamentare tutto il settore finanziario nei minimi dettagli. Meglio poche regole ma chiare e rigorose, così l’opinione pubblica potrà esercitare una funzione di controllo”.